The Abstract Truth

Artwork by





a = A
Keine Schönheit ohne Gefahr
Personali incursioni
di un maniaco asintotico
nell'impero dei segni.
Datzebao dei proclami
del partito unico
dell'asteroide U.R.A.S.S.I.
Unione Repubbliche Aliene
Sbiellate Sovietiche Interiste.
Basta con queste parole
immagini oggetti simulazioni
incessanti accavallate contraddittorie
discutibili spassionate prevenute
ambigue : la fine è vicina.
Ma nella fine c'è il mio inizio
così io prometto di ricominciare.
Prometto di sbagliare ancora
e prometto di sbagliare meglio.
The abstract truth is no real.
Il reale è una simulazione
saremo per il partito preso dell'illusione
Luna Park personale e virtuale
quasi gratis poco da pagare,c'è tutto
la stanza degli orrori
il labirinto degli specchi
ovviamente le montagne russe
e gli autoscontri
lo zucchero filato e l'odore delle frittelle.
Faraway, so close.
I'm the passenger
on the magic bus.
Se non ti batti per qualcosa
qualcosa ti batterà.
Ci siediamo dalla parte del torto
perchè gli altri posti
sono tutti occupati.
Avere la pazienza di accettare
quello che non può essere cambiato
la forza per cambiare
quello che può esserlo
e l'intelligenza lucida
per saper distinguere le due cose.
Produci - Consuma - Crepa
Aldo dice ventisei per uno...
Io rispondo Telecaster Kalashnjkov.
La maggior parte della gente fallisce
per aver investito troppo
nella prosa della vita.
Essere andato in rovina
per la poesia è un onore.
Poetry makes nothing happen.
We work in the dark
we do what we can
we give what we have
our doubt is our passion
our passion is our task.
The rest is the madness of art.
Words.
They gave me the wound
they'll get me well.
If you believe it.
Walked out this morning
don't believe what I saw.
A hundred billion bottles
washed up on the shore.
Seems I'm not alone
at being alone
a hundred billion castaways
looking for a home.
Punx not dead.
No future for humans
let's be aliens!
I'll see you
on the dark side of the moon.
on the art side of the doom.


Einstürzende Neubauten
Astract-M.Titchner
B.Brecth-O.Wilde
S.Agostino-CCCP
L.Cohen-H.James
J.Morrison-Sting
Nemo-Pink Floyd




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le coeur, organe intrèpide et tenace



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Storia di un uomo-alieno
che scoprì l'occhio della mente
si perse nel suo labirinto
infine trovò la stella guida
diventò un alieno asteroidale
con un ala sola per volare via
salire almeno un pò




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venerdì, novembre 16, 2007
 

pubblici cazzi miei
sputati giù un pò così
| 18:42 | commenti (2)
 

pubblici cazzi miei
sputati giù un pò così
| 18:32 | commenti
martedì, novembre 13, 2007
 

pubblici cazzi miei
sputati giù un pò così
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sabato, settembre 15, 2007
 

 

  

CACOFONIA DELLA CITTA’ DI MARMO

 

 

 

 Che parole vorresti? Parole transatlantiche, provinciali, parole mulini catalizzati, parole firmate usate, parole per occhi smaltati, parole di corda stretta, da vacanza del senso, da riconversione industriale, da reduce bellico, parole che non tornano indietro, impermeabili, da surgelati, da marciapiede, veloci per un contropiede, da tirare calci, parole dal rigore perduto. Parole poche, sempre poche parole giuste, quattro parole in croce, uno verticale, plurale, orizzontale, morto, come il pensiero ornamentale. O magari parole da beauty case, da bordello di paese, da banane repubblicane, dolci come inevitabili tramonti. O perdi la pace, trova le parole perse,  quella da delta di venere, da estuario insensato, da musica ignorante, parole uniche e necessarie, porte parole terminate per andare oltre dove, dove le parole non consumano le parole. Con parole che segnino la via per baci di sangue da notti bianche e a un vocabolario da antico testamento, farò sacro vangelo di un sogno originario e  sempre morto, sempre rinato.

 

La contabilità non si nasconde, anzi, porta il nostro vestito migliore, quasi sobrio e quasi sensuale. Il re è morto, viva il re. Anche lui mi presta le sue vesti, a volte quasi tutto il giorno, a volte sono io il re. Serie di prima grandezza che hanno tradito, senza davvero promettere. Il come, ormai  è tutto. Il come è in coma. Un gioco in cui, a voler vedere,  sono rimaste solo le regole. Un codice non un linguaggio. La città tombino scatolina luciona velocina arietta parolina scarpina musichetta ha scordato di non essere solo un fondale, di avere dietro qualcosa. Cerca di consolarti con un bel cielo casuale, in prestito, ma troppo breve e troppo grande, che quasi la eclissa. Votarsi. La scheda di cenere di certi sguardi è esilio. Sento una polvere digitale, come un fall-out di lacrime, di pensieri senza dimora. Avere forma felice e intelligenza senza speranza. Respiro un pò a blocchi e mi consumo in illusioni bluastre. Anche viceversa. Se ho detto qualcosa, solo la scarpa nella fontana o il dente  sul bicchiere prendete a testimoni. Ma prima giurate un minuto sul segreto sparso, sul riso celeste. Nell’intorno senza soluzione l’occhio si alletta e si dispera, occhio fatto umano per forza di cose, cose che non ricordo.

 

Dei grandi sogni da fare, sulla terrestre luminadombra, sulla terrestre crosta,  a noi forma di uomi nel tempo cosa resta, degli antichi sogni da avere, degli antichi segni, a questa fine dei conti. Quale, fine dei conti. Regno dei contatori, nell’abc del darfare i numeri anche discorsi che si fanno equazioni, sequenze di noie appena celate, verità piccole per grandi bugie. Miseri, anime morse fino alla radice, anche dare numeri è contato, angeli d’amore hanno catrame sulle ali, sono asfalti nei giardini, tagliole nei fiumi, lamiere di confine nei mari. Un utopia di grazia riposa nascosta tra frammenti sperduti, puro ormai solo il bisbiglio, il sommesso di nostalgia. Non sai più quasi di cosa, forse qualcosa che sa di salvezza, ma così si torna a una croce. Che è soltanto una firma sull’ultimo conto che c'è.

 

E’ dentro nel petto ed in gola su stomaco a insistere dentro, su pancia ulteriore di nuovo ed ancora un piegarsi e comporsi di brutti depositi e strati, cavalli sdraiati che gemono: si ripete il lamento della mancanza e delle parole per dirla. Altri semi e speranze, impasti facili al guasto odorano di verde scuro e arancione cade una notte, stretti gli occhi e asciutta la bocca si aspetta. Il giorno invece si sguaia, ricompone a tentoni membra staccate distratte in tensione, gratta con dita callose lapidi lisce per minuti regalati per scherzo da chi di dovere. Tenersi dritti, farsi uniti, avanzare. Meglio dire incollare facsimile uno sull’altro, vederli crescere intorno palazzi raggianti di segni sicuri. Poi a mani alzate: gridare ce l’ho fatta. Un ugual taglio di vento denso di vuoto, bava, d’aria segugia da sempre come pensiero palpabile attraversa queste cataste di stucchi oltre le presunzioni formose viene lo stesso, quando siamo soli a prendere nelle case e nel cuore, alcuni di noi.

 

Finito il latte che non sorge quatta una riva attende onde ormai altrove. Chi non sa non saprà le strane aperture lasciate sul fondo ma la superficie, impressione di gabbiani tremuli. Alcuni mi sperano cellulosi, d’altri vengono a miliardi. Mi divincolo e siedo come non mai, vento solare nascosto sotto, sono tutto sotto e capelli unti scomposti. La troppa superbia dell’agitatore non si disegna anche se sembra fermo. Di troppo non qui, là mi aspettano binari infiniti, ferie totali, ghiacci superiori che so desiderare benissimo. Quando i battiti non segnano nella sete il cosa va lasciato al poi, per altro che dirà di sé già emerso a metà. Mangia, mangia, bravo, e bevi, lavati le pene. Sù, dài. Ma nell’accecato non vi sono che sponde di poco. Essere allora più appuntito del mondo stesso che muore e mi guarda. Una cruna una punta di spillo un filo da nulla, risultanza di perdite, cuciture a rovescio in tempi assoluti che poggiano piano su lame invisibili. L’aria dietro si richiude dissangue, perfetta solo nel suo restare. Vive di tutto, differite anche, volendo. Comunque io scarto, non tengo i quadri un momento che adesso non sia taglio o volata. Ordini o inviti declino, torno alla spiaggia, dico di no. Viva la sabbia e i suoi castelli, che però siano lontani. L’eterno aspira all’assenza, le rughe si fanno solo sul ripetuto, sulla strada, tra le giornate a seguire. E adesso? C’è solo ciò che galleggia e non ha. E non vuole che soglie nell’aria.

 

Al centro della terra, manifestazioni violente di atomi di uranio impoveriti. Un ascesso ai viali, le foglie dei platani diventano viola, i rami portano fasce nere. Apre lo sportello, scende. Si ferma. Non ricorda più perché è lì la piazza. Tendere una corda a cerchio. Ma come si fa se l’aria in mezzo si fa cretto, frantumandosi? Ineffabili  silenzi dentro. È la solitudine di sensazioni orfane di frasi, ma vaste. Non ti vogliono più, sei licenziato. Hai deprecato a voce alta il menù della mensa decenza. La violenza degli specchi, la violenza che è specchio. Una moltiplicazione che è perdita. Fare bollire per trenta anni. Poi scolare fino alla fine. Condire con lacrime grattuggiate. Sale di cuori, sale di picche. Briscola a quadri. Stupido, hai puntato tutto sui fiori di zucchero. La piuma gioca nella sua penombra, ma fuori la calotta di resina della luce l’afferra. Obbligata sotto quel giallo di marte trema come fosse la fine di un marmo.


 

Tu vieni. E sei. Avere allora lava rimmel pittura gelati corse vino trance perle capelli stracci sale stivali e sguardi, tracce rigate rami umidati e soli sbilenchi sul crinale di un orizzonte calante, ma senza il contatore senza il frullatore senza il binocolo. La pasta degli attimi si incolla sul bianco, fa i solchi le pieghe e affonda negli occhi, dentro, spinta fino all'aorta, in fondo, ai piedi di un battito, di due... Gli estremi, i bordi di una fiamma, grattano, lasciano, occupano. Porti un fare di terme interne, pirite, polvere da sparo, cultura di costole franate, porti litri di soffi, secoli di mani gentili e profumi, tutto sciolto. Vien da dire prima che spreco questa vita. La decadence, madame, bisogna impararla per dimenticarla, per averla per saluto, per essere un platano in un silenzio di corvi, per restare una cenere accesa. L’alba non si fa annunciare.

 

Sai qualcosa del furto del fuoco? Vedi la rivolta nelle cortecce? Senti l'inverno nei fili? Credi nell'ombra delle spine? Hai notizie della febbre dei monti? Dell'invidia dei gusci? Della caduta delle labbra? Ti hanno detto della vendetta dell'erba tagliata? Del salmo del mare rotto? Conosci la peste nella luce? Hai delle bende di legno? Cosa rispondi allora? Cosa puoi nascondere ai raggi? La voce delle miniere non verrà disdegnata per sempre. Mentre il torrente aggancia le maschere, la bestia si nasconde nelle sillabe, il guado scricchiola sul pozzo, e la notte che resta è una salma di sole stanco. Affiora il sapone dell’alba, senza avviso la fine sorprende le mosse esitanti che cercano nomi nel buio. La luce inesorabile invade il corpo: è il momento di nascondersi in fretta e lasciare che le pagine della notte si posino da sole, composte sul mio letto.

 

Tregua. Tregua, solo tregua, si attende una tregua sulle rive incollate dai palazzi di insetti ai progetti in disgrazia nei cantieri di fango alle macchine feroci sui campi allargati, tregua, solo tregua, per le gambe disciolte e le menti smarrite dai pensieri di rabbia lebbrosi per i fuochi dispersi ai bimbi nascosti per i grandi da sè sepolti come madri crocifisse nel gesso, tregua, soltanto tregua, dai baratri immanenti alle solitudini di stanze infinite di parati stampati, tregua dalle coroncine smaltate per i soldati di legno e di cartapesta di giornali gettati presto, che ci sia tregua, negli uffici scontati dagli scarponi famosi sui marciapedi strisciati della schiavitù delle stalle tra le mine nel ghiaccio degli schermi e gli specchi, per tutti tregua, conciliate una mano immobile un piede quietato un comico cappello di pace, solo un po’ di tregua. Per la nausea che dà tutto questo, per chi non sa più come viverci, e chi non sa nemmeno perché si muore.

 

Vorrei parole come proiettili di piombo. Inesorabili e semplici, quasi incruente, taglienti come lame a cadere, fredde come tagli netti dissangui. Vorrei che squartassero senz’ombra di dubbio l’insulso pigolare dell’idiota che si riproduce con la miseria dello spirito che figlia come coniglio. Che assassinassero senza strepiti inutili le  brutte  copule dello scarso col banale, che terminassero con piacere professionale vagiti e tentacoli della cattiva esistenza. Vorrei fare una strage di lingue, rompere l’assedio di ciò che mi ha rotto, che soffoca l’aria stessa, di ciò che odio. E che l’odio si facesse parola inesorabile, luce insindacabile e giusta per una volta, stesso il diritto di esistere di quei turbamenti gravidi di barocco malestrato, di tonache unte di niente, odio che eclissasse dalla faccia del mondo le ipocrisie del buonismo anche per un istante. Giusto il tempo per vederti brillare, Angelo vendicatore, furioso e felice, fratello maggiore cattivo bambino vecchio e crudele senza eccezione, inutile e bello senza assoluzione. Ma non le ho, quelle parole  o non ancora. E anche stavolta il torto sarà dalla nostra, equivocati per forza di cose ma con mani con denti con occhi, di sicuro per bene aperti. State attenti.

 

Siamo come sottomarini nucleari in disarmo nascosti nei porti del baltico, meteore luccicanti rimbalzate fuori nell’orbita siderale di un sasso, rasoi usa e getta per facce da cazzo, sedie a dondolo in un ufficio di alluminio, le matite rosse, le rose blu, siamo come la dea kalì che si innamorò di frankestein, come il calcolo inventato di un pomeriggio a chiaccherare, siamo il sangue scottato, livido, l'ultima corveè, apparato digerente, come calce viva per riscaldare alibi e infermità per quelli da vetrina, siamo il carbone del tempo, delle mezze giornate andate e di quelle da far andare, siamo vedove egizie, quasi babilonesi, spose animali, quasi primitive, l'esattezza dei caschè alla balera, guerra civile di bicchieri e bottiglie, sogno di un cortile, raccoglitori di ossa, punteggiatura a mezzo servizio, la mente orticaia, rovo di mare, merlo, siamo il dolore che vi manca, alberature multiple, vascelli fantasma, brigantini di ferro nell'orizzonte australe, la canzone sghemba, na na na oh yeah, guardie ubriache e ballerine di un castello vuoto in cima al monte, una gloria tra i muri nelle stanze, il silenzio e il suo opposto. allora io dico vai taribo mangiali tutti, mangiali tutti taribo.

 

Minimale interiore. Creazione che occulta qualcosa. Aggiunge,  non distoglie. Spazio? Un filo che pulsa. Conseguenze nelle idee, incomplete, in progressione geometrica scomposta, acrobatica, aprono i fianchi ancora e ancora, si slabbrano rigogliose, indecenti, partorienti di mille parti al minuto, un po’ malformi. Le vedo sgattaiolare intorno. Mi arrendo.  Avemmo. Un ghigno, uno sguardo al cielo. Morte ? Un sorriso segreto emerge, timido sparo a rosa di un istante, lontanissimo in piccoli passi appena dietro l’angolo mi accomodo. E via. Uno sguardo al cielo. Poi di nuovo, non so quando. Intanto,  sotto sotto si prepara.

 

Sono qui, pallore castrato alla terra, qui, nel pantano gelato che rosicchio il colore di fredde armature di morti. E’ inverno davvero e il cannone spacca pendenze facendone baratri aperti su attese in quantità impressionante. Odo sconcerto di archi e nudi brinati incrinarsi, scivolare sotto gli aliti alti, contengo, a stento, grida arrestate dai nomi di altri più forti. Io secco di spalle mi arrendo a contare i contorti che in tanti tornano sempre, io sangue salvato miracolo odioso di resistenza passiva, sulle ginocchia a passetti cammino su sassi di pane sprecato. Tu mi parli come sai a memoria, coi tuoi cerchi intensivi come fossi io il capo o almeno una madre, seppur dolorosa. Ma sono solo un a salve di sensi unici, segni rigati che non si comportano più. Pronto forse ad incidere vene a tutte le storie ed avere domani foglie per dita.

 

Sul dorso piano di una collina un’armata affamata di cani neri ha appena finito di divorare un cavallo bianco, tossendo i peli andati per traverso richiamano un’infinità di formiche rosse che approfittando del loro sonno, nella lentezza della canicola li consumano inesorabilmente. Ora però ruttano e vomitano giallo per l’indigestione inaspettata, così che l’erba cresce verdissima col potere della sua semplice logica grazie all’ammasso dei loro cadaveri, finché i raggi ultravioletti fuggiti da un sole troppo affollato non vengono a suicidarsi su i suoi steli, incenerendola. Allora la terra bruna, stanca per la sopportazione spazza anche le ultime briciole ed infine si vota a un deserto grigio, chiude gli occhi e raccolto il corpo, si volta nel buio.

 

 

 

Il libro che vedo non ha più occhi, il fumo in bocca vela le assenze, la luce spietata è presto scintilla sola fuori dal fuoco. Ripeto muto gli stessi racconti, altrui sofferenze di strano teatro, le mosche vengono e vengono, è tutta una febbre che non va via. Ammiro il macello di stelle striscianti, ornamenti di pestilenza su volti rubati al museo delle mattine presto. Immobile osservo il tempo sorvegliarmi nelle attese che allontanano, mi nascondo tra le pieghe degli arresti molli e silenziati. Il quotidiano delle borse fatte getta e consuma ponti laggiù, per emincipate agende. E’ tutto nella spinta, il trasporto scema presto, resta la scena della festa, i campanelli degli asini suonano ancora la bella giovinezza, pure calati di resina. Il monito mattiniero delle saracinesche mi nasconde alla strada. La vestaglia ha le spalle consunte, nel fumo. Di scuse! Infamia! Ma non c’è nessuno, proprio nessuno. I muri, hanno lasciato vuoti i muri e io strido come un anguilla trafitta in un secchio di latta, sveglia. E’ fuori dalla finestra, guarda. E’ così. E’ ancora la nostra lambrate manhattan.

pubblici cazzi miei
sputati giù un pò così
| 16:40 | commenti (2)
lunedì, maggio 28, 2007
 

http://www.youtube.com/watch?v=Sf_mXUk-jcI

davvero notevole. piccole grandi verità, quasi sconvolgenti. copiato da una amica.


pubblici cazzi miei
sputati giù un pò così
| 00:48 | commenti (1)
 
riposto per uguaglianza al presente,  il tempo passa e certe cose non vogliono cambiare

Scuro
 
Da dove arriva il vento di polvere che porta nuvole scure?
Perchè ci traffigono fulmini improvvisi dal rabbuiato cielo?
Verranno dal seno della serpe che abbiamo nei geroglifici
incisi da antiche sconfitte sulla pietra di tufo del friabile cuore?
La paura non ha un sicuro volto visibile ti circonda ed è sempre alle tue spalle, non serve voltarsi, la sua veloce e alta onda riesce però a insinuarsi negli anfratti, anche nei soleggiati delle vecchie estati sperate, non serve estrarre la spada per combattere
questo nemico virale che non si dà nemmeno per vero,
invece com'è il prezzo rosso di carne e pensieri che dovrà imbrattare le mani, una volta deciso a quale dei tuoi agnelli imporre il sacrificio o quale dei tuoi angeli sarà soffocato dalle nere mosche.
 
Furba si nasconde dietro gli angoli impensati dei viali alberati, sui boulevard dei sogni infranti, sui poster pubblicitari incollati sulle retine, nelle strade lastricate di buoni e cattivi propositi, nelle piccole omissioni, nelle grandi menzogne, tutti i giorni nell’ipocrisia dell’ignoranza delle tre scimmiette da mafia sempre indaffarate, nella loro matematica elementare di somme e divisioni, nella carne gettata di seduzioni di silenzi termoplastici con conseguenti copulette di facsimile riprodotti sottovuoto, nei ronzii di fondo che non riesci a scacciare dalle sinapsi, ormai ruvide della tua corta levatura di fiammifero, nelle sbarre della città ripetuta e ripetuta, della città macina dell’ammucchiata di desideri anoressici e bulimici, nel tempo speso per un fine troppo finito.

Gratuito, sommesso, essenziale, delicato, perfetto, mite, solo il salmodiare dell’insolito angelo nero sulla mia spalla , chequalche alba viene a confortarmi, a portare salvezza al tramonto dalla mia presenza qui, da tutte le domande e risposte annesse, per diventare anch’io leggero, evaporare e salire, fin oltre le schiacciate nuvole scure, su alla luce muta e assoluta della trascendente stratosfera dell’anima , fino al raro confine del suo respiro e di cosmo ultraumano

pubblici cazzi miei
sputati giù un pò così
| 00:24 | commenti (2)
venerdì, maggio 18, 2007
 

pubblici cazzi miei
sputati giù un pò così
| 01:41 | commenti (3)
sabato, aprile 21, 2007
 

THE ZERO PURE

incipit (capitolo 1)

Come un luna park affrancato dal tiro del fuoco del centro. Manichino bianco bambino portato come un gesù infarinato, scoppio di fari freddi, grande folla, sono trent'anni della “nuova epoca”. Conto solo approssimativo, perché nessuno può dire quando sia cominciata, nessuno vuole niente, né che finisca né che continui, ma solo e sempre assistere al suo stesso affacendarsi. Processione a ripetizione che entra nella casa degli specchi, i sacerdoti estratti a caso portano le tuniche rosso plasticolologrammatiche, la cui porpora presto tramuta volubile in azzurri indaco, poi in immagini multicolori di ogni cosa, di ogni oggetto-soggetto. Per la fredda gioia di questo nuovo rituale pagano, evoluzione dai tempi dei rituali anabolizzati ma troppo dispersi. Adesso invece è come se fosse di nuovo vera apparizione, rivelazione, tutti annichiliti, tutti salvi. Tutti si possono vedere riflessi negli specchi, a loro loro volta immagini elaborate dai posticci sacri ologrammi. Tutti si riconoscono confondendosi con tutti e tutto. E con se stessi, è l'altro visto da sé. L'insegna fuori della casa degli specchi è una qualsiasi, qui è merce povera ma luccicante di neon antiquati, potrebbe essere un dipinto virtuale cangiante su un plasma gigante, ma non importa, importa che sia luccicante come ovunque. Come deve essere ovunque, dal lusso qualunque delle cattedrali centrali del consumo, alle periferie di ogni genere di povertà, questa è la cifra obbligata del rituale della “nuova epoca”: la sua luce satura. Di un rituale da bestiario medioevale, mezzo post-umano e mezzo barbarico, ben intonato con il metro su cui suona il suo tempo.


Noi invece ci nascondiamo da anni, camminando composti muti e affrettati, come tutti. Le tasche vuote però. Rubiamo, poi deletiamo. E’ la nostra incitazione, eccitazione, estremismo, astrazione. Perché quando ce ne andiamo, allora, abbiamo piene le tasche. Di cosa? Che importa? Nulla ormai differisce più, nemmeno quando lo bruciamo lontano dalla notte delle lampade. L'odore forse cambia. Ma ciò che è cenere è cenere, fuoco da fuoco, l’importante è che sia vuoto da pieno. La nostra battaglia non sa di rumore come solitamente avviene ogni volta che sia battaglia, ma di strappo di silenzio, perché per noi è solo un prima o un dopo lo scontro. Un per sempre senza adesso. “Sempre” è la nostra parola d'ordine, l'antidoto, l’antitesi-equivoco. L'assorbente palude a cui sottrarre da sotto la sua stantia immanenza, come si sfila una tovaglia di scatto da una tavola imbandita a festa di lusso, lasciandola sul piano freddo di un tavolo di vetro, lasciandola affondare nella sua vacua trasparenza. E’ l'odio di sempre, per noi, l'odio del Sempre Adesso strasaturo. Uccidere il tutto diverso-uguale del sempre adesso. Ma in verità è un delitto senza corpo, è l’hiv del segno che si fa autovirus mutante. Ma del resto noi cosa possiamo essere se non esecutori? Nessuno può per ora sfuggire a questo, noi solamente lo facciamo a modo nostro. Però non tentiamo di liberarci, come era scritto nel sangue dei nostri maestri. Tentiamo di librarci, al limite, sul limite. Limite che dovremo ancora scoprire, che solo a chi brucia brace sarà concesso ancora vedere. Tra la luce da schermo contenente tutto lo spettro della luce, che è l'unico avvenimento che ancora si vuole dare per tale, questo fuoco è una stellina morente ultrabianca.


Miccia lunga. Ma quasi nessuno la vede e se la vede non vuole crederci, volta lo sguardo. Ho da fare, che ci posso fare, non è vero. Può durare mesi, anche anni. Ma quando è accesa è accesa e non si sa bene a cosa e dove sia collegata. Quest volta l’ordigno era immenso. Noi ce l’immaginavamo per questo facevamo quella vita ai margini, per prepare e prepararci alla fine. Armageddon, era la nostra parola. E così fu. Ma come? Come una valanga che parte dall’alto, si stacca un pezzo, e poi trascina dietro di sé sempre strati più larghi e profondi. Parte con uno scoppio, poi un boato, poi assorda. Alla fine è solo silenzio, silenzio assoluto, nemmeno i rottami cigolano. Eplosione demografica, catastrofe ambientale, il conflitto brucia, poi si arma dalle periferie arriva al centro del mondo, dalle molotov alle atomiche, dai contusi agli inceneriti, dalle malattie alle epidemie, dai danni alla tabula rasa, dalla strage all’ecatombe, dall’accaparramento alla fame, dalla fame al decesso, dal caso locale al caos totale.
Le nazioni destituite della loro sovranità, come i loro popoli, si erano da tempo abituate a gestire una situazione con una certa percentuale di caos incontrollabile, mentre le corporations multinazionali e le finanziarie senza nome, si facevano guerre e alleanze sulle spalle di tutto e di tutti. si era cercato di mettere un po’ tutti nel giro, il parco buoi, così che ognuno avesse un qualche seppur minimo tornaconto personale, se andava bene almeno quel tanto per pararti culo, se amdava come a molti altri era tanto se riuscivi a tenerlo vivo, il culo. Gli studiosi confermavano ogni genere di fenomeno, nella terza notizia del telegiornale. Tanta preouccupazione, ansiolitici come caramelle, ma di fatto poco altro di diverso.
Ma quello che accadde soprese e lasciò inermi anche i più preparati ed accorti. Nel giro di un’anno il pianeta assistette ad uno sconvolgimento tale da far scomparire ogni forma di controllo e riparo, la natura ferina dell’uomo aveva ripreso il sopravvento, alimentata com’era stata dalla perdita, nella saturazione dell’universo immateriale esemiotico, di ogni ideale, valore e differenza. Nei conflitti che scoppiavano ora incontrollati ovunque, sedati solo dalla paura e da vacue speranze per secoli, il fuoco delle armi avevano tolto spazio ad ogni parola, al posto dei segni vacui che avevano imperato per tanto ma poi spazzati via come con una manata, ora c’erano solo ferite e cicatrici insanabili. Messe fuori gioco le istituzioni che fino a quel momento avevano dettato la legge nel mondo, l’ordine sociale era completamente saltato, ma nessun ordine poteva sostuirglisi, marcia com’era diventata al suo interno l’anima dell’umanità intera. E la natura violentata per secoli ci mise del suo con condizioni metereologiche fuori da ogni norma, provocando ogni genere di disastri cui però non si era più in grado di porre rimedio, a cui si aggiunsero virus nuovi e tenuti in laboratori ormai non più protetti, semplicemente fecero stragi diffondendosi senza più controllo.


Fu tale shock di quello che accadde che oggi fatichiamo ancora a ricodare tutti gli avvenimenti. Nel giro di un anno la popolazione mondiale che era sopravvissutta a tutto questo era uno su mille. Da sei miliardi a sei milioni. Detto in altre parole, qualcuno qua e là. e un senso di latto al di là di ogni immaginazione. Lentamente, come dopo un’esplosione ci vuole del tempo perché la polvere e i detriti ritornino a posarsi per terra ci volle del tempo perché tutto finisse. Al quel punto la fine era iniziata. Ed ognuno doveva scegliere come vivere la sua. Ma di una cosa tutti erano certi. Il genere umano sarebbe estinto di lì a poco. Devastato al suo interno già prima dell’armaggeddon, non poteva reagire né riniziare, al di là delle risorse materiali, ‘che in effetti si sarebbe forse potuta tentare un’economia di sussistenza, non aveva le forze morali e culturali per farlo. E da dove poi? Come? Verso cosa? Nel conto dei morti erano già altissima la parte dei suicidi, la maggior parte dei superstiti non era pronta mentalmente ad evento di tale portata di devastazione e lutto. Una nuova follia dilagava ora al posto di quella che aveva imperato in precedenza.
La guerra. Cos’è la guerra? Di dove viene? È così umana la guerra, la natura al limite è violenta. La guerra segna forse il limite della soddisfazione dei nostri desideri, delle nostre pulsioni la guerra è la nostra ultima libertà, la più eccessiva, il libero arbitrio portato al parossismo. Nel momento in cui tutti pensarono di poter avere tutto, fu guerra totale. Ci avevano insegnato a scuola che le guerre mondiali moderne avevano sergnato una nuova forma di guerra fino ad allora inimmaginabile. Poi piccole guerre locali avevano continuato a tenere in esercizio questa forma di vita e di morte umana. Ma nessuno avrebbe potuto immaginarsi quello che accadde dopo. Una guerra dove perfino la natuura era coinvolta.ormai avere un’arma era come avere un veicolo perasonale, tutti lo possedevano. Ma non questo fu la cosa che fece la vera differenza, anche se non si può negare che da sempre gli strumenti creati dagli uomini diventano velocemete essi stessi soggetti degli eventi, condizionano l’uomo, che arriva a diventarne stumento e infine addirittura schiavo. Ma di qui in poi non c’è storia che si possa più raccontare con gli schemi tradizionali con cui si descrivono gli eventi.
Fu davvero la fine della storia. Nel corso di meno di due secoli si assitette all morte di Dio, quella dell’Uomo, e dell’insieme di diversi correlati che lo avevano caratterizzato in quanto tale, dalla sua nascita come essere principe di se stesso durante l’illuminismo fino alla modernità. La prima vittima della guerra totale che diede inizio all’Armaggedon fu la Storia. Iniziò ad essere impossibile descivere una sequenza logica di avvenimenti, anche localizzati, che narrassero un evento. Possesso, vendetta, insania, amore che prodicava odio, invasioni, infiltrazioni, devastazioni, mercimonio, orrore in progressione geometrica, eserciti, bande, fratricidi, stragi, suicidi di massa e non, si arrivava anche a mutilare gli alberi dei nemici, a inquinare di sostanze tossiche la loro acqua, presto si assistette al veloce sgretolamento degli apparati statali, poi di ogni apparato, accapparamento, morti insepolti, fine anche dei più elementari servizi come acqua ed elettricità, epidemie, cannibalismo, riti di idolatria pagana, kamikaze di massa, sconnessione spazio temporale dello svolgersi della cose, tutto mischiato insieme ed portato alla sua ennesima potenza, una sorta di guerra civile ma moltiplicata per mille, per un milione, per 8 miliardi di abitanti. L’immagine che userei per descriverela la prenderei da un vecchio film su una guerra famosa il secolo scorso in una regione dell’asia, il vietnam. Apocalipse now si chiamava quel film, e quello che trovò il protagonista alla fine del suo viaggio su quel fiume fu simile a quello che si poteva trovare ovunque verso la fine della guerra totale, il caos totale misto all’orrore alla sacralità ritrovata e ribaltata e tutto il resto. Il pudore delle parole era stato superato anch’esso. I segni così importanti e coninuamente elaborati con cura e attenzione maniacale e spasmodica finirono per essere odiati, furono devastati, si fecero, come altri elmenti che usavamo chiamare cose ma che presero a vivere di vita propria, e a morire di morte propria svincolati dal quel poco che restava del controllo umano, terminati come in na specie di copula tra il suicidio collettivo e l’olocausto.



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venerdì, aprile 20, 2007
 

L'arte è l'invocazione angosciosa di coloro che vivono in sé il destino dell'umanità. Che non se ne appagano, ma si misurano con esso. Che non servono passivi il motore chiamato "oscure potenze", ma si gettano nell'ingranaggio in moto per comprenderne la struttura. Che non distolgono gli occhi per mettersi al riparo da emozioni, ma li spalancano per affrontare ciò che va affrontato. E che però spesso chiudono gli occhi per percepire ciò che i sensi non trasmettono, per guardare al di dentro ciò che solo in apparenza avviene al di fuori. E dentro, in loro, è il moto del mondo; fuori non ne giunge che l'eco: l'opera d'arte.

A. Schoenberg


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martedì, febbraio 27, 2007
 

belle e semplici parole - quelle dell'articolo qui sotto - riuscissi a farle mie, davvero in fatti concreti su tutta la linea, starei meglio, nessun dubbio, molto meglio di così - ci sto provando, ma per quanto sia cosciente di tutto ciò da molto tempo e lo faccio su certi oggetti esterni, farlo su di sè è invece difficillissimo. come si dice che chi può predire l'altrui futuro non può nulla rigurdo il proprio. questo dimostra il limite della coscienza e il caos della vita. 
ci si deve ugualmente provare però e un pò superarsi anche al di là di ogni coscienziosa ragione, positivista o nichilista che sia. non è quella l'unica vera sfida, cosa da fare nella vita che abbia un vago perchè? conoscere i propri limiti (e mica scherzo è roba che può far molto male) e cercare di superarli nonostante tutto? fino alla fine, sempre sbagliando, sempre un pò troppo, sempre provando ad aggiustare un pò. se ci si riesce è già molto. a volte più facilmente si va solo dritti verso l'autodistruzione insensata di sè e dell'altro : quante volte l'abbiamo visto accadere fuori di noi, ma pure dentro di noi.

Nulla è perduto: tutto si può aggiustare.

Se partiamo dall'idea o dalla aspettativa che le relazioni umane siano perfette, allora non abbiamo alcun bisogno di riflettere sulla riparazione. Se invece siamo disponibili ad accettare che il senso dell’esperienza umana si dipana e si costruisce anche attraverso eventi dolorosi, allora dobbiamo fermarci ed interrogarci su quali elementi possono contribuire a migliorarla. La fine dell’800 ha visto comporre scenari sociali che progressivamente andavano fondandosi sulla cultura delle macchine, sulla produzione di beni e servizi, sul progressivo spostamento dall’individuo alle merci. Una rivoluzione relativamente recente se si pensa che per migliaia di anni l’individuo ha prodotto strumenti a partire da altri oggetti: coltelli e frecce dalle schegge di silice, scodelle dalle zucche, archi da caccia dai rami d’albero, nuove statue di bronzo dalla fusione di altre statue. Intere civiltà hanno basato il loro percorso sull’intelligenza modulatrice, sulla riparazione e sul riadattamento di oggetti per prolungarne il funzionamento o per produrre altri oggetti. Ancora oggi, emblematico a Cuba è l’uso di automobili degli anni ’40 e '50, continuamente riparate e restaurate conferendo loro un fascino e un’esistenza virtualmente eterna.

Ma la cultura industriale, con la sua necessità di fondarsi sul profitto, sul tornaconto, sulla produzione in serie, negli ultimi 150 anni ha prodotto un radicale mutamento nella cultura. Questa trasformazione ha – tra l’altro – coniato il termine ‘anti-economico’ per identificare tutti quei processi privi di convenienza. Se l’interesse, la competizione ed il vantaggio personale assurgono a valori socialmente condivisi ed apprezzati, allora riparare, aggiustare, accomodare, accordarsi, cooperare, trovare un punto di incontro, rischiano di diventare modalità relazionali obsolete. Quante volte ci siamo sentiti dire che accomodare la nostra radiolina in modulazione di frequenza era anti-economico perché il costo della riparazione era analogo (o a volte superava di gran lunga) il costo della medesima radiolina nuova, più moderna, efficiente, tecnicamente aggiornata e migliorata? Quante volte a fronte di un piccolo graffio nel fanalino posteriore dell’automobile ci viene richiesta la sostituzione di un’intera porzione di fiancata dell’auto, comprendente l’intero gruppo ottico di 5 fanali, a causa del fatto che produrre, confezionare, trasportare, distribuire, commercializzare soltanto il singolo fanalino è ‘anti-economico’?

Non si tratta di un’apologia del passato ma di riflettere sul senso di alcuni concetti che nascono in determinati settori, dove forse sono effettivamente positivi, e poi tendono ad essere pericolosamente assorbiti fuori dal contesto originario, rischiosamente universalizzati. L’idea di convenienza, il presupposto che ogni elemento della vita debba essere ottimizzato, perfettamente tesaurizzato fino al miglior rapporto costi/benefici, è migrato dagli ambiti strettamente commerciali fino agli ambiti umanistici. Questa rivoluzione non si è quindi limitata agli aspetti economici, ma è invece penetrata profondamente fin nel tessuto delle relazioni sociali, umane ed affettive. È ampiamente noto il fenomeno, purtroppo ormai non più esclusivamente adolescenziale, dove, se sorgono le prime difficoltà con un partner, piuttosto che ‘riparare’ la relazione, si preferisce sostituire la persona. Le relazioni umane acquisiscono sempre più aspetti che li fanno assomigliare a merci o a prodotti, e quindi inevitabilmente sottoposti alla legge di mercato: conveniente, adeguato, efficiente, vantaggioso, ecc.

Queste modalità relazionali, inquinate da idee e pensieri provenienti da altre sfere, dal punto di vista psicologico sono invece fortemente distruttive. Le relazioni umane infatti sono cariche di significati e di emozioni, spesso difficilmente univoche o esclusivamente singolari. Sono piuttosto impregnate di incertezze, ambivalenze, errori, contraddizioni che fanno a pieno titolo parte dell’espressione e della comunicazione. Se l’individuo del XXI° Secolo viene spinto ad identificarsi con i concetti di efficienza e perfezionismo, egli è inevitabilmente condannato ad un’esistenza dolorosa e frustrante. Credo che sia quindi importante – pur senza alcun romanticismo o nostalgia del passato – rivalutare il concetto di riparazione: l’arte del rammendo e del perdono. L’errore è sempre possibile: ma se non conosciamo il valore di ‘restaurare’ e ‘ricucire’ uno strappo, siamo destinati all’isolamento affettivo.

Il bambino piccolo e il neonato trascorrono eventi fortemente carichi di contenuto emozionale: quando ha fame il neonato esperisce un forte disagio che se non soddisfatto, progressivamente diventa rabbia, e poi ira furibonda. È sicuramente capitato di vedere un neonato rosso di rabbia, piangere in preda ad una collera che stupisce di osservare in bambini così piccoli. Eppure la violenza delle emozioni in un neonato è tale da essere auto-esperita come travolgente, pericolosamente invadente. Il neonato, con una psiche ancora in formazione e priva di strutture e argini contenitivi, quando è preda della rabbia, vive un’esperienza intensa, dilagante, straripante. I famosi e ormai notissimi studi della Melanie Klein hanno dimostrato che nel bambino molto piccolo, è come se la rabbia si diffondesse interiormente, priva di quegli ostacoli che all’adulto permettono di contenere, orientare, dirigere e controllare la rabbia. Il bambino che anche solo per un momento ha odiato (magari solo perché in quell’istante fortemente affamato), finisce poi per essere intensamente scosso da quel sentimento così difficile da accettare. Aver provato odio è come se rappresentasse una sorta di condanna, una sentenza complessiva non più circoscritta al singolo evento che l’ha provocato, ma dilagasse come un esercito nemico fino ad occupare e impossessarsi dell’intero individuo.

Appare quindi di fondamentale importanza che l’adulto possa aiutare il bambino a scovare e poi sviluppare le proprie competenze nell’ambito della riparazione. Se non aiutato a riparare (per l’odio con cui egli ha immaginariamente distrutto il mondo circostante) il bambino prova un violento senso di colpa. Egli si sente e si immagina fortemente cattivo: si percepisce fantasiosamente spregevole e indegno dell’amore che poi riceve dai genitori. Il bambino che non ha imparato a riparare, facilmente può trasformarsi in un adulto timoroso, con un basso grado di autostima, a volte intensamente timido, sempre preoccupato di essere ‘politically correct’ e di non disturbare nessuno per la sua presenza. È come se avesse timore di esprimersi per paura di far del male a qualcuno, come se in fantasia, la sua rabbia potesse essere simile ad una bomba atomica dal potere immensamente distruttivo e quindi da tenere fortemente sotto controllo. Se non addestrato alla riparazione, il bambino anche può immaginare che l’odio non ha soluzione. È definitivo, una condanna eterna, infinita ed interminabile. In questo caso, può trasformarsi in un adulto violento, a volte socialmente pericoloso a causa della sua inconscia mancanza di speranza. È un po’ come se nel profondo avesse la sensazione che non ci sarà nulla che lo potrà salvare: è definitivamente cattivo e ormai non ha più nulla da perdere.

Il bambino invece che ha imparato a riparare può più facilmente diventare un adulto integrato, consapevole delle proprie parti luminose ma anche delle proprie parti oscure. Questo adulto deve investire molte meno risorse energetiche per fronteggiare le proprie parti oscure, perché profondamente sa che può perdonare e perdonarsi, sa che può rammendare gli strappi. Non si tratta di una conoscenza razionale, logica, cerebrale: perché tutti – almeno in teoria – sappiamo che possiamo perdonare. Ma poi, nei fatti, il perdono autentico e sincero è tutt’altro che agevole e alla portata di tutti. L’adulto che ha imparato il valore della riparazione non ha più così tanto bisogno di controllare il proprio mondo emotivo perché ne ha una maggiore e intuitiva familiarità, e soprattutto esso non viene percepito come un pozzo oscuro e pericoloso. L’adulto che continuamente si allena nella riparazione fattiva e concreta dei propri errori è più facilmente disponibile al senso di gratitudine, di riconoscenza. Non si tratta semplicemente di chiedere scusa in maniera banale e priva di reale contenuto autentico. Quanto piuttosto di saper entrare empaticamente nel dolore dell’altro, da noi causato e poi di uscirne, di sopravvivere al senso di colpa. La paura di non sopportare il dolore da noi causato è spesso il motivo per cui la riparazione è così difficile, oppure spesso espressa in modo vuoto e superficiale. La riparazione autentica, quella che realmente ha attraversato un sincero processo di perdono, supera la frase di circostanza e diventa quindi un atto concreto, un gesto, un’opera.

L’adulto che ha imparato – pur faticosamente – a riparare è in grado di progettare il proprio futuro con una dose di speranza e di fiducia che mancano in altri individui meno preparati all’arte del rammendo. Chi sa riparare e chi ha imparato a perdonare affronta l’avvenire con ottimismo e con la certezza che ogni cosa andrà al suo posto. E se poi qualcosa dovesse andare storto, si può sempre aggiustare.


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