| The Abstract Truth | ||||
Artwork by
a = A Keine Schönheit ohne Gefahr Personali incursioni di un maniaco asintotico nell'impero dei segni. Datzebao dei proclami del partito unico dell'asteroide U.R.A.S.S.I. Unione Repubbliche Aliene Sbiellate Sovietiche Interiste. Basta con queste parole immagini oggetti simulazioni incessanti accavallate contraddittorie discutibili spassionate prevenute ambigue : la fine è vicina. Ma nella fine c'è il mio inizio così io prometto di ricominciare. Prometto di sbagliare ancora e prometto di sbagliare meglio. The abstract truth is no real. Il reale è una simulazione saremo per il partito preso dell'illusione Luna Park personale e virtuale quasi gratis poco da pagare,c'è tutto la stanza degli orrori il labirinto degli specchi ovviamente le montagne russe e gli autoscontri lo zucchero filato e l'odore delle frittelle. Faraway, so close. I'm the passenger on the magic bus. Se non ti batti per qualcosa qualcosa ti batterà. Ci siediamo dalla parte del torto perchè gli altri posti sono tutti occupati. Avere la pazienza di accettare quello che non può essere cambiato la forza per cambiare quello che può esserlo e l'intelligenza lucida per saper distinguere le due cose. Produci - Consuma - Crepa Aldo dice ventisei per uno... Io rispondo Telecaster Kalashnjkov. La maggior parte della gente fallisce per aver investito troppo nella prosa della vita. Essere andato in rovina per la poesia è un onore. Poetry makes nothing happen. We work in the dark we do what we can we give what we have our doubt is our passion our passion is our task. The rest is the madness of art. Words. They gave me the wound they'll get me well. If you believe it. Walked out this morning don't believe what I saw. A hundred billion bottles washed up on the shore. Seems I'm not alone at being alone a hundred billion castaways looking for a home. Punx not dead. No future for humans let's be aliens! I'll see you on the dark side of the moon. on the art side of the doom. Einstürzende Neubauten Astract-M.Titchner B.Brecth-O.Wilde S.Agostino-CCCP L.Cohen-H.James J.Morrison-Sting Nemo-Pink Floyd
Like to MAIL me? Just CLICK! _______________________ le coeur, organe intrèpide et tenace
USATO MA TENUTO BENE: dicembre 2007 novembre 2007 settembre 2007 maggio 2007 aprile 2007 febbraio 2007 ottobre 2005 agosto 2005 luglio 2005 giugno 2005 maggio 2005 aprile 2005 marzo 2005 febbraio 2005 gennaio 2005 dicembre 2004 novembre 2004 ottobre 2004 aprile 2004 marzo 2004 febbraio 2004 gennaio 2004 dicembre 2003 novembre 2003 ottobre 2003 settembre 2003
--- NOW & FOREVER --- _________________________ Storia di un uomo-alieno che scoprì l'occhio della mente si perse nel suo labirinto infine trovò la stella guida diventò un alieno asteroidale con un ala sola per volare via salire almeno un pò
like to LINK? __________ 8 = D absinth almudena antijuve.com artpolitic ashtray girl bad religion bitterend black pain blog x la libertà carta cccp coloriluminosi coniglio cattivo contraddire cose semplici e banali csoa mattatoio dead on time dejà vù delirio esemplare deviantart devils diario di viaggio e.l e.n.a. falsoidillio fantasie flor frittole gutta il manifesto il vento e l'anima insert coin interisti.org ioreth justine la farsa lefty linea gotica massa critica milano misteri d'italia monicaccia monosyllabic girl more ferarum nelciak nemo noncicapisco novocaine olocausto pasolini porcupine tree pornoromantica punk videos quella che non sei rents ritornate parole settore solitaire stepa's stop berlusca stufa sullina tear testi liga testi pinky tool tragica e antipatica vagabondando virgo zamboninis vorrei linkarvi tutte/(i) ^_^ io ci provo, ma come si fa? siamo milioni di milioni fatico già coi miei neuroni...
certi vent'anni restano sempre
il mio stregone profeta e la mia bibbia personale ^_^ "
Telecaster Kalasnjikov chitarre come mitra per battaglie senza sangue
always take care! ^_^
SITO DEGOBBIZZATO
AMICI E VISITATORI ------- ESCLUSI -------
template by NeMo che sentitamente ringrazia absinth solitaire virgo960 per l'indispensabile aiuto |
venerdì, novembre 16, 2007
martedì, novembre 13, 2007
sabato, settembre 15, 2007
CACOFONIA DELLA CITTA’ DI MARMO Che parole vorresti? Parole transatlantiche, provinciali, parole mulini catalizzati, parole firmate usate, parole per occhi smaltati, parole di corda stretta, da vacanza del senso, da riconversione industriale, da reduce bellico, parole che non tornano indietro, impermeabili, da surgelati, da marciapiede, veloci per un contropiede, da tirare calci, parole dal rigore perduto. Parole poche, sempre poche parole giuste, quattro parole in croce, uno verticale, plurale, orizzontale, morto, come il pensiero ornamentale. O magari parole da beauty case, da bordello di paese, da banane repubblicane, dolci come inevitabili tramonti. O perdi la pace, trova le parole perse, quella da delta di venere, da estuario insensato, da musica ignorante, parole uniche e necessarie, porte parole terminate per andare oltre dove, dove le parole non consumano le parole. Con parole che segnino la via per baci di sangue da notti bianche e a un vocabolario da antico testamento, farò sacro vangelo di un sogno originario e sempre morto, sempre rinato. La contabilità non si nasconde, anzi, porta il nostro vestito migliore, quasi sobrio e quasi sensuale. Il re è morto, viva il re. Anche lui mi presta le sue vesti, a volte quasi tutto il giorno, a volte sono io il re. Serie di prima grandezza che hanno tradito, senza davvero promettere. Il come, ormai è tutto. Il come è in coma. Un gioco in cui, a voler vedere, sono rimaste solo le regole. Un codice non un linguaggio. La città tombino scatolina luciona velocina arietta parolina scarpina musichetta ha scordato di non essere solo un fondale, di avere dietro qualcosa. Cerca di consolarti con un bel cielo casuale, in prestito, ma troppo breve e troppo grande, che quasi la eclissa. Votarsi. La scheda di cenere di certi sguardi è esilio. Sento una polvere digitale, come un fall-out di lacrime, di pensieri senza dimora. Avere forma felice e intelligenza senza speranza. Respiro un pò a blocchi e mi consumo in illusioni bluastre. Anche viceversa. Se ho detto qualcosa, solo la scarpa nella fontana o il dente sul bicchiere prendete a testimoni. Ma prima giurate un minuto sul segreto sparso, sul riso celeste. Nell’intorno senza soluzione l’occhio si alletta e si dispera, occhio fatto umano per forza di cose, cose che non ricordo. Dei grandi sogni da fare, sulla terrestre luminadombra, sulla terrestre crosta, a noi forma di uomi nel tempo cosa resta, degli antichi sogni da avere, degli antichi segni, a questa fine dei conti. Quale, fine dei conti. Regno dei contatori, nell’abc del darfare i numeri anche discorsi che si fanno equazioni, sequenze di noie appena celate, verità piccole per grandi bugie. Miseri, anime morse fino alla radice, anche dare numeri è contato, angeli d’amore hanno catrame sulle ali, sono asfalti nei giardini, tagliole nei fiumi, lamiere di confine nei mari. Un utopia di grazia riposa nascosta tra frammenti sperduti, puro ormai solo il bisbiglio, il sommesso di nostalgia. Non sai più quasi di cosa, forse qualcosa che sa di salvezza, ma così si torna a una croce. Che è soltanto una firma sull’ultimo conto che c'è. E’ dentro nel petto ed in gola su stomaco a insistere dentro, su pancia ulteriore di nuovo ed ancora un piegarsi e comporsi di brutti depositi e strati, cavalli sdraiati che gemono: si ripete il lamento della mancanza e delle parole per dirla. Altri semi e speranze, impasti facili al guasto odorano di verde scuro e arancione cade una notte, stretti gli occhi e asciutta la bocca si aspetta. Il giorno invece si sguaia, ricompone a tentoni membra staccate distratte in tensione, gratta con dita callose lapidi lisce per minuti regalati per scherzo da chi di dovere. Tenersi dritti, farsi uniti, avanzare. Meglio dire incollare facsimile uno sull’altro, vederli crescere intorno palazzi raggianti di segni sicuri. Poi a mani alzate: gridare ce l’ho fatta. Un ugual taglio di vento denso di vuoto, bava, d’aria segugia da sempre come pensiero palpabile attraversa queste cataste di stucchi oltre le presunzioni formose viene lo stesso, quando siamo soli a prendere nelle case e nel cuore, alcuni di noi. Finito il latte che non sorge quatta una riva attende onde ormai altrove. Chi non sa non saprà le strane aperture lasciate sul fondo ma la superficie, impressione di gabbiani tremuli. Alcuni mi sperano cellulosi, d’altri vengono a miliardi. Mi divincolo e siedo come non mai, vento solare nascosto sotto, sono tutto sotto e capelli unti scomposti. La troppa superbia dell’agitatore non si disegna anche se sembra fermo. Di troppo non qui, là mi aspettano binari infiniti, ferie totali, ghiacci superiori che so desiderare benissimo. Quando i battiti non segnano nella sete il cosa va lasciato al poi, per altro che dirà di sé già emerso a metà. Mangia, mangia, bravo, e bevi, lavati le pene. Sù, dài. Ma nell’accecato non vi sono che sponde di poco. Essere allora più appuntito del mondo stesso che muore e mi guarda. Una cruna una punta di spillo un filo da nulla, risultanza di perdite, cuciture a rovescio in tempi assoluti che poggiano piano su lame invisibili. L’aria dietro si richiude dissangue, perfetta solo nel suo restare. Vive di tutto, differite anche, volendo. Comunque io scarto, non tengo i quadri un momento che adesso non sia taglio o volata. Ordini o inviti declino, torno alla spiaggia, dico di no. Viva la sabbia e i suoi castelli, che però siano lontani. L’eterno aspira all’assenza, le rughe si fanno solo sul ripetuto, sulla strada, tra le giornate a seguire. E adesso? C’è solo ciò che galleggia e non ha. E non vuole che soglie nell’aria. Al centro della terra, manifestazioni violente di atomi di uranio impoveriti. Un ascesso ai viali, le foglie dei platani diventano viola, i rami portano fasce nere. Apre lo sportello, scende. Si ferma. Non ricorda più perché è lì la piazza. Tendere una corda a cerchio. Ma come si fa se l’aria in mezzo si fa cretto, frantumandosi? Ineffabili silenzi dentro. È la solitudine di sensazioni orfane di frasi, ma vaste. Non ti vogliono più, sei licenziato. Hai deprecato a voce alta il menù della mensa decenza. La violenza degli specchi, la violenza che è specchio. Una moltiplicazione che è perdita. Fare bollire per trenta anni. Poi scolare fino alla fine. Condire con lacrime grattuggiate. Sale di cuori, sale di picche. Briscola a quadri. Stupido, hai puntato tutto sui fiori di zucchero. La piuma gioca nella sua penombra, ma fuori la calotta di resina della luce l’afferra. Obbligata sotto quel giallo di marte trema come fosse la fine di un marmo.
Tu vieni. E sei. Avere allora lava rimmel pittura gelati corse vino trance perle capelli stracci sale stivali e sguardi, tracce rigate rami umidati e soli sbilenchi sul crinale di un orizzonte calante, ma senza il contatore senza il frullatore senza il binocolo. La pasta degli attimi si incolla sul bianco, fa i solchi le pieghe e affonda negli occhi, dentro, spinta fino all'aorta, in fondo, ai piedi di un battito, di due... Gli estremi, i bordi di una fiamma, grattano, lasciano, occupano. Porti un fare di terme interne, pirite, polvere da sparo, cultura di costole franate, porti litri di soffi, secoli di mani gentili e profumi, tutto sciolto. Vien da dire prima che spreco questa vita. La decadence, madame, bisogna impararla per dimenticarla, per averla per saluto, per essere un platano in un silenzio di corvi, per restare una cenere accesa. L’alba non si fa annunciare. Sai qualcosa del furto del fuoco? Vedi la rivolta nelle cortecce? Senti l'inverno nei fili? Credi nell'ombra delle spine? Hai notizie della febbre dei monti? Dell'invidia dei gusci? Della caduta delle labbra? Ti hanno detto della vendetta dell'erba tagliata? Del salmo del mare rotto? Conosci la peste nella luce? Hai delle bende di legno? Cosa rispondi allora? Cosa puoi nascondere ai raggi? La voce delle miniere non verrà disdegnata per sempre. Mentre il torrente aggancia le maschere, la bestia si nasconde nelle sillabe, il guado scricchiola sul pozzo, e la notte che resta è una salma di sole stanco. Affiora il sapone dell’alba, senza avviso la fine sorprende le mosse esitanti che cercano nomi nel buio. La luce inesorabile invade il corpo: è il momento di nascondersi in fretta e lasciare che le pagine della notte si posino da sole, composte sul mio letto. Tregua. Tregua, solo tregua, si attende una tregua sulle rive incollate dai palazzi di insetti ai progetti in disgrazia nei cantieri di fango alle macchine feroci sui campi allargati, tregua, solo tregua, per le gambe disciolte e le menti smarrite dai pensieri di rabbia lebbrosi per i fuochi dispersi ai bimbi nascosti per i grandi da sè sepolti come madri crocifisse nel gesso, tregua, soltanto tregua, dai baratri immanenti alle solitudini di stanze infinite di parati stampati, tregua dalle coroncine smaltate per i soldati di legno e di cartapesta di giornali gettati presto, che ci sia tregua, negli uffici scontati dagli scarponi famosi sui marciapedi strisciati della schiavitù delle stalle tra le mine nel ghiaccio degli schermi e gli specchi, per tutti tregua, conciliate una mano immobile un piede quietato un comico cappello di pace, solo un po’ di tregua. Per la nausea che dà tutto questo, per chi non sa più come viverci, e chi non sa nemmeno perché si muore. Vorrei parole come proiettili di piombo. Inesorabili e semplici, quasi incruente, taglienti come lame a cadere, fredde come tagli netti dissangui. Vorrei che squartassero senz’ombra di dubbio l’insulso pigolare dell’idiota che si riproduce con la miseria dello spirito che figlia come coniglio. Che assassinassero senza strepiti inutili le brutte copule dello scarso col banale, che terminassero con piacere professionale vagiti e tentacoli della cattiva esistenza. Vorrei fare una strage di lingue, rompere l’assedio di ciò che mi ha rotto, che soffoca l’aria stessa, di ciò che odio. E che l’odio si facesse parola inesorabile, luce insindacabile e giusta per una volta, stesso il diritto di esistere di quei turbamenti gravidi di barocco malestrato, di tonache unte di niente, odio che eclissasse dalla faccia del mondo le ipocrisie del buonismo anche per un istante. Giusto il tempo per vederti brillare, Angelo vendicatore, furioso e felice, fratello maggiore cattivo bambino vecchio e crudele senza eccezione, inutile e bello senza assoluzione. Ma non le ho, quelle parole o non ancora. E anche stavolta il torto sarà dalla nostra, equivocati per forza di cose ma con mani con denti con occhi, di sicuro per bene aperti. State attenti. Siamo come sottomarini nucleari in disarmo nascosti nei porti del baltico, meteore luccicanti rimbalzate fuori nell’orbita siderale di un sasso, rasoi usa e getta per facce da cazzo, sedie a dondolo in un ufficio di alluminio, le matite rosse, le rose blu, siamo come la dea kalì che si innamorò di frankestein, come il calcolo inventato di un pomeriggio a chiaccherare, siamo il sangue scottato, livido, l'ultima corveè, apparato digerente, come calce viva per riscaldare alibi e infermità per quelli da vetrina, siamo il carbone del tempo, delle mezze giornate andate e di quelle da far andare, siamo vedove egizie, quasi babilonesi, spose animali, quasi primitive, l'esattezza dei caschè alla balera, guerra civile di bicchieri e bottiglie, sogno di un cortile, raccoglitori di ossa, punteggiatura a mezzo servizio, la mente orticaia, rovo di mare, merlo, siamo il dolore che vi manca, alberature multiple, vascelli fantasma, brigantini di ferro nell'orizzonte australe, la canzone sghemba, na na na oh yeah, guardie ubriache e ballerine di un castello vuoto in cima al monte, una gloria tra i muri nelle stanze, il silenzio e il suo opposto. allora io dico vai taribo mangiali tutti, mangiali tutti taribo. Minimale interiore. Creazione che occulta qualcosa. Aggiunge, non distoglie. Spazio? Un filo che pulsa. Conseguenze nelle idee, incomplete, in progressione geometrica scomposta, acrobatica, aprono i fianchi ancora e ancora, si slabbrano rigogliose, indecenti, partorienti di mille parti al minuto, un po’ malformi. Le vedo sgattaiolare intorno. Mi arrendo. Avemmo. Un ghigno, uno sguardo al cielo. Morte ? Un sorriso segreto emerge, timido sparo a rosa di un istante, lontanissimo in piccoli passi appena dietro l’angolo mi accomodo. E via. Uno sguardo al cielo. Poi di nuovo, non so quando. Intanto, sotto sotto si prepara. Sono qui, pallore castrato alla terra, qui, nel pantano gelato che rosicchio il colore di fredde armature di morti. E’ inverno davvero e il cannone spacca pendenze facendone baratri aperti su attese in quantità impressionante. Odo sconcerto di archi e nudi brinati incrinarsi, scivolare sotto gli aliti alti, contengo, a stento, grida arrestate dai nomi di altri più forti. Io secco di spalle mi arrendo a contare i contorti che in tanti tornano sempre, io sangue salvato miracolo odioso di resistenza passiva, sulle ginocchia a passetti cammino su sassi di pane sprecato. Tu mi parli come sai a memoria, coi tuoi cerchi intensivi come fossi io il capo o almeno una madre, seppur dolorosa. Ma sono solo un a salve di sensi unici, segni rigati che non si comportano più. Pronto forse ad incidere vene a tutte le storie ed avere domani foglie per dita. Sul dorso piano di una collina un’armata affamata di cani neri ha appena finito di divorare un cavallo bianco, tossendo i peli andati per traverso richiamano un’infinità di formiche rosse che approfittando del loro sonno, nella lentezza della canicola li consumano inesorabilmente. Ora però ruttano e vomitano giallo per l’indigestione inaspettata, così che l’erba cresce verdissima col potere della sua semplice logica grazie all’ammasso dei loro cadaveri, finché i raggi ultravioletti fuggiti da un sole troppo affollato non vengono a suicidarsi su i suoi steli, incenerendola. Allora la terra bruna, stanca per la sopportazione spazza anche le ultime briciole ed infine si vota a un deserto grigio, chiude gli occhi e raccolto il corpo, si volta nel buio. Il libro che vedo non ha più occhi, il fumo in bocca vela le assenze, la luce spietata è presto scintilla sola fuori dal fuoco. Ripeto muto gli stessi racconti, altrui sofferenze di strano teatro, le mosche vengono e vengono, è tutta una febbre che non va via. Ammiro il macello di stelle striscianti, ornamenti di pestilenza su volti rubati al museo delle mattine presto. Immobile osservo il tempo sorvegliarmi nelle attese che allontanano, mi nascondo tra le pieghe degli arresti molli e silenziati. Il quotidiano delle borse fatte getta e consuma ponti laggiù, per emincipate agende. E’ tutto nella spinta, il trasporto scema presto, resta la scena della festa, i campanelli degli asini suonano ancora la bella giovinezza, pure calati di resina. Il monito mattiniero delle saracinesche mi nasconde alla strada. La vestaglia ha le spalle consunte, nel fumo. Di scuse! Infamia! Ma non c’è nessuno, proprio nessuno. I muri, hanno lasciato vuoti i muri e io strido come un anguilla trafitta in un secchio di latta, sveglia. E’ fuori dalla finestra, guarda. E’ così. E’ ancora la nostra lambrate manhattan.
lunedì, maggio 28, 2007
http://www.youtube.com/watch?v=Sf_mXUk-jcI davvero notevole. piccole grandi verità, quasi sconvolgenti. copiato da una amica. riposto per uguaglianza al presente, il tempo passa e certe cose non vogliono cambiare
Scuro
Da dove arriva il vento di polvere che porta nuvole scure?
Perchè ci traffigono fulmini improvvisi dal rabbuiato cielo?
Verranno dal seno della serpe che abbiamo nei geroglifici incisi da antiche sconfitte sulla pietra di tufo del friabile cuore? La paura non ha un sicuro volto visibile ti circonda ed è sempre alle tue spalle, non serve voltarsi, la sua veloce e alta onda riesce però a insinuarsi negli anfratti, anche nei soleggiati delle vecchie estati sperate, non serve estrarre la spada per combattere
questo nemico virale che non si dà nemmeno per vero, invece com'è il prezzo rosso di carne e pensieri che dovrà imbrattare le mani, una volta deciso a quale dei tuoi agnelli imporre il sacrificio o quale dei tuoi angeli sarà soffocato dalle nere mosche. Furba si nasconde dietro gli angoli impensati dei viali alberati, sui boulevard dei sogni infranti, sui poster pubblicitari incollati sulle retine, nelle strade lastricate di buoni e cattivi propositi, nelle piccole omissioni, nelle grandi menzogne, tutti i giorni nell’ipocrisia dell’ignoranza delle tre scimmiette da mafia sempre indaffarate, nella loro matematica elementare di somme e divisioni, nella carne gettata di seduzioni di silenzi termoplastici con conseguenti copulette di facsimile riprodotti sottovuoto, nei ronzii di fondo che non riesci a scacciare dalle sinapsi, ormai ruvide della tua corta levatura di fiammifero, nelle sbarre della città ripetuta e ripetuta, della città macina dell’ammucchiata di desideri anoressici e bulimici, nel tempo speso per un fine troppo finito.
Gratuito, sommesso, essenziale, delicato, perfetto, mite, solo il salmodiare dell’insolito angelo nero sulla mia spalla , chequalche alba viene a confortarmi, a portare salvezza al tramonto dalla mia presenza qui, da tutte le domande e risposte annesse, per diventare anch’io leggero, evaporare e salire, fin oltre le schiacciate nuvole scure, su alla luce muta e assoluta della trascendente stratosfera dell’anima , fino al raro confine del suo respiro e di cosmo ultraumano
venerdì, maggio 18, 2007
sabato, aprile 21, 2007
THE ZERO PURE incipit (capitolo 1) Come un luna park affrancato dal tiro del fuoco del centro. Manichino bianco bambino portato come un gesù infarinato, scoppio di fari freddi, grande folla, sono trent'anni della “nuova epoca”. Conto solo approssimativo, perché nessuno può dire quando sia cominciata, nessuno vuole niente, né che finisca né che continui, ma solo e sempre assistere al suo stesso affacendarsi. Processione a ripetizione che entra nella casa degli specchi, i sacerdoti estratti a caso portano le tuniche rosso plasticolologrammatiche, la cui porpora presto tramuta volubile in azzurri indaco, poi in immagini multicolori di ogni cosa, di ogni oggetto-soggetto. Per la fredda gioia di questo nuovo rituale pagano, evoluzione dai tempi dei rituali anabolizzati ma troppo dispersi. Adesso invece è come se fosse di nuovo vera apparizione, rivelazione, tutti annichiliti, tutti salvi. Tutti si possono vedere riflessi negli specchi, a loro loro volta immagini elaborate dai posticci sacri ologrammi. Tutti si riconoscono confondendosi con tutti e tutto. E con se stessi, è l'altro visto da sé. L'insegna fuori della casa degli specchi è una qualsiasi, qui è merce povera ma luccicante di neon antiquati, potrebbe essere un dipinto virtuale cangiante su un plasma gigante, ma non importa, importa che sia luccicante come ovunque. Come deve essere ovunque, dal lusso qualunque delle cattedrali centrali del consumo, alle periferie di ogni genere di povertà, questa è la cifra obbligata del rituale della “nuova epoca”: la sua luce satura. Di un rituale da bestiario medioevale, mezzo post-umano e mezzo barbarico, ben intonato con il metro su cui suona il suo tempo.
venerdì, aprile 20, 2007
L'arte è l'invocazione angosciosa di coloro che vivono in sé il destino dell'umanità. Che non se ne appagano, ma si misurano con esso. Che non servono passivi il motore chiamato "oscure potenze", ma si gettano nell'ingranaggio in moto per comprenderne la struttura. Che non distolgono gli occhi per mettersi al riparo da emozioni, ma li spalancano per affrontare ciò che va affrontato. E che però spesso chiudono gli occhi per percepire ciò che i sensi non trasmettono, per guardare al di dentro ciò che solo in apparenza avviene al di fuori. E dentro, in loro, è il moto del mondo; fuori non ne giunge che l'eco: l'opera d'arte. A. Schoenberg
martedì, febbraio 27, 2007
belle e semplici parole - quelle dell'articolo qui sotto - riuscissi a farle mie, davvero in fatti concreti su tutta la linea, starei meglio, nessun dubbio, molto meglio di così - ci sto provando, ma per quanto sia cosciente di tutto ciò da molto tempo e lo faccio su certi oggetti esterni, farlo su di sè è invece difficillissimo. come si dice che chi può predire l'altrui futuro non può nulla rigurdo il proprio. questo dimostra il limite della coscienza e il caos della vita.
|